Vajont – 56 anni dopo

9 Ottobre 1963. 22.39.
Boato.
Poi… il buio.

Il tragico crollo del sovrastante monte Tòc nel bacino artificiale, dove si formò un’onda a tre punte alta 250 metri. Gli esperti paragonarono all’atomica di Hiroshima la bomba d’acqua che causò 1917 morti, la distruzione di Longarone e di varie frazioni dei comuni di Erto e di Casso.

Il progresso… il tutto nel nome del denaro… senza rispetto per chi viveva in quelle zone da generazioni rispettando il luogo che gli ospitava.

 La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni
gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di
rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da
un’enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri,
costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino
sottostante, provocando una gran scossa di terremoto.
Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola
bianca, una massa d’acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate.
Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai
tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più
completa oscurità i paesi vicini.

La forza d’urto della massa franata creò due ondate.
La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga.
Questo consentì all’onda di abbassare il suo livello e di risparmiare,
per pochi metri, l’abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più
basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.

La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento
artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse
conseguenze, le case più basse del paese di Casso.
Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L’ondata, forte di più di 50 milioni di metri
cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante.
La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.

Allo sbocco della valle l’onda era alta 70 metri e produsse un vento
sempre più intenso, che portava con se, in leggera sospensione, una
nuvola nebulizzata di goccioline.
Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze
terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare.
Il greto del Piave fu raschiato dall’onda che si abbatté con inaudita
violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie,
monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall’acqua, che le
sradicò fino alle fondamenta.
Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli.
Quando l’onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la
montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno
distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta.

Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o
parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente
in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata
via con le sue segherie.
Il Piave, diventato una enorme massa d’acqua silenziosa, tornò al suo
flusso normale solo dopo una decina di ore.

Alle prime luci dell’alba l’incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà.
Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto
l’imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe
produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale…
si era consumata una tragedia tra le più grandi che l’umanità potrà mai
ricordare.

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